La Giovane Mondina

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Nei campi della Pianura padana, intorno a Vercelli si estendono a perdita d’occhio coltivazioni di riso; in quei campi, a fine 800, lavorano le mondine curve, immerse fino alle cosce nell’acqua, tormentate dalle morsicature delle zanzare e delle sanguisughe che infestano le paludi. Ogni giorno con le mani e le gambe nell’acqua stagnante a cercare quelle erbacce, come a cercare quei piccoli pesciolini che nuotano veloce alla riva del Lago di Garda in un giorno d’estate. 

 

 

 

Mi chiamo Maria e sto per diventare una di loro, sono una ragazza giovane e forte, con gli occhi chiari. Per un tozzo di pane e una fetta di polenta, sono disposta a lavorare ogni giorno dal levare del sole al suo tramontare.

Domani sarà il mio primo giorno da mondina. Mi hanno dato alloggio in una delle stanze comuni della cascina, i letti sono tutti disposti paralleli fra loro a ridosso delle due pareti. È sera, sono seduta composta sul mio materasso, tutto d’un tratto si spalanca la porta di legno, stanno entrando una decina di donne, tutte magrissime, sporche e che non hanno fiato per dire una parola, sono gobbe e si lamentano per il dolore.

Accanto al materasso di fronte, una donna sulla quarantina si è seduta per terra, le braccia sopra le gambe piegate, sguardo fisso sugli zoccoli, pietrificata. La donna del letto accanto si è appena distesa con un sospiro di disperazione sul letto, a pancia in giù, con i piedi sul cuscino, le braccia che coprono il volto e i singhiozzi del pianto sempre più intensi. Di scatto solleva la testa.

-Vattene nuova mondina- dice piangendo, fissandomi sotto quelle fessure che ha al posto degli occhi.

-Cosa scusa?- non capisco... cosa intende dire?

- Vattene, non è il posto per te questo. Scappa da quest' orrore.- e poi scoppia nuovamente a piangere dal dolore.

-Cosa vi è successo?- tutte le donne presenti mi fissano sconvolte e addolorate, sembra provino pena per me, hanno tutte gli occhi lucidi, tutte molto più vecchie di me e mi guardano come se fossi una bambina ingenua che non sa a cosa stia andando in contro.

Due donne si avvicinano, sguardo per terra, si chinano e si tolgono gli zoccoli. Si tirano su le maniche della camicia sporca, sono piene di graffi, di punture di zanzare che hanno fatto infezione, ricoperte da vesciche enormi e cicatrici ovunque. La pelle è nera, colma di lividi e tutta raggrinzita.

È una visione orrenda. Non riesco a capire, non riesco a pronunciare parole, l’unica cosa che riesco a fare è sussurrare ingenua: -Ma come...come...-.

Un’altra donna si avvicina, si toglie il grembiule e lo poggia sul mio letto, sbottona la camicia.

La pelle aderisce perfettamente a tutto il corpo, le ossa della cassa toracica sembrano senza protezione, sono tutto scheletro, la pelle è solo un sottile strato, faccia sciupata, le ossa del bacino si vedono in ogni minimo dettaglio. Alzo lo sguardo, tutte le donne sono sciupate, la faccia stanca e magra, le dita sottili che slacciano quelle camicette prese al mercato, pronte per dormire per poche ore e dopo ricominciare a lavorare domani. Tutte che mi guardano e tutte che sussurrano con gli occhi sconsolati un “Fuggi”.

- Sanguisughe, zanzare, insetti... ci hanno rovinate- dice la prima donna.

- Vedi laggiù quella donna? Quella distesa sul letto? È la più magra fra noi. Ha avuto la gioia di aver dato alla luce un stupendo bambino. Ha patito per nove mesi le sofferenze di una donna in gravidanza, che lavora piegata tutto il giorno a togliere quelle maledette erbacce. Il Padrone nostro, il salario non lo ha aumentato alla nostra povera amica.-

-Una nostra compagna è morta qualche giorno fa, una grave infezione le ha causato una febbre alta, con qualche giorno di riposo, sarebbe guarita. Signor nostro l’ha mandata giù nei campi sotto il sole. E lei ci ha lasciate.-

-È un inferno qua giù, fuggi finché sei in tempo, fuggi lontano. Vai in città, trovati un ricco uomo e proteggiti- dice una voce che proviene dal fondo della stanza, una voce preoccupata e triste.

-Io... io devo lavorare... io non ho famiglia... io non posso lasciare questo lavoro...- sussurro con le lacrime agli occhi.

-Ti stai rovinando la vita. Anche noi siamo state giovani ragazze, ma non abbiamo potuto scegliere.-

-Sei come una figlia per noi. Ascoltaci. Vai via. Fuggi.-

E avevo deciso. Quell’orrore era troppo per me. Da tutta la stanza giungevano sospiri di dolore e l’atmosfera che girava era triste e sofferente. Quelle donne erano state per questi pochi minuti, la mamma che ho perso da anni, nella loro voce c’è pietà e strazio. Devo andarmene.

-D’accordo- sono le uniche parole in grado di pronunciare.

Le donne si avvicinano e come se mi conoscessero da anni, mi danno un forte abbraccio.

La porta tutto d’un tratto si spalanca e entra il Padrone:

-Cos’è tutto questo baccano? A dormire donne! Domani non è giorno di festa!- dice, chiudendosi la porta alle spalle e soffiando nel lume che forniva quella poca luce per illuminare quella stretta stanza.

E ora è troppo tardi per fuggire. Nella stanza un unico sospiro accompagna le mondine mentre si sistemano sotto quella copertina di lana. Non riesco ad addormentarmi, ho un solo pensiero, una sola voce nella testa che ripete continuamente la stessa frase: “Benvenuta nel tuo doloroso futuro giovane mondina Maria”.

 

 

 

 

 

 

Mirizzi Anna, Chiara Capone e Birta Giorgiana

 

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